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venerdì 15 febbraio 2008 |
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Pagina 2 di 2  La popolazione era dedita principalmente all’agricoltura. La pastorizia non era più praticata come un tempo e l’allevamento del bestiame era limitato al fabbisogno familiare. Fiorente era l’artigianato rappresentato da ferrai, falegnami, calzolai, sarti, scalpellini e muratori. Il paese disponeva di due filiali bancarie, di una locanda, un affittacamere, cinque osterie, tre empori commerciali, due macellerie e due mulini (prima dell’arrivo dell’elettricità i cereali venivano macinati con mulini ad acqua che, in numero di sette, erano ubicati nelle località Mulinelle, Acquevive, Casale e Schiera oltrechè lungo il corso del Parello). C’erano, inoltre, due trebbiatrici e perfino una ditta di trasporto merci con veicolo da traino. A metà del corso del torrente San Leo, in località oggi denominata “Tre Colori”, infine, era presente una sorgente di acqua sulfurea presso la quale si effettuavano cure termali. Un tale Antonio Rossi, il cui soprannome era quello della località, arguto ed intraprendente proprietario della sorgente, attorno alla metà degli anni ’20 costruì nelle immediate vicinanze della pozza dove “risorgeva” l’acqua sulfurea un rudimentale centro termale frequentato, oltre che dai monteneresi, anche da gente proveniente dai paesi viciniori. La notorietà dello stabilimento divenne un momento economico per le famiglie dell’intera zona che dovettero organizzarsi per la ricettività dei forestieri frequentatori del centro termale. Le proprietà curative dello zolfo venivano sfruttate riscaldando all’aperto, in grossi calderoni, il fango terapeutico prelevato dalla pozza che veniva poi applicato sul corpo dei bagnanti. L’iter curativo si concludeva con il risciacquo effettuato all’interno di apposite vasche. Inizialmente il tutto si svolgeva all’interno di una capanna in legno con copertura in paglia, sostituita, in seguito, da due casolari: uno adibito all’applicazione del fango, l’altro al risciacquo.  La seconda domenica di settembre si festeggiava il Santo Patrono, San Fedele da Sigmaringa, che dal secolo precedente aveva sostituito San Giobbe, e per le strade del paese si teneva anche una piccola fiera. Ben più importante era, però, la fiera dell’8 maggio (la fiera di San Michele) che sostituiva quella che anticamente si svolgeva il giorno precedente, attorno all’abbazia di Santa Maria del Palazzo. Crollata la chiesa di Santa Giusta (1911), si officiava messa solo nella chiesa matrice di San Martino. Dal 1906 e fino agli anni ’20 nel Rione San Martino fu in funzione anche una chiesa evangelica della Società Battista, che, però, non ebbe mai molti praticanti. Le case, a più piani, in pietra locale con travature in legno e copertura in coppi, erano costruite affiancate le une alle altre per migliore difesa dai rigori invernali. Prive di balconi e di terrazzi, inadatti a sopportare il peso della neve sempre abbondante nei lunghi inverni, e con finestre strette, avevano quasi tutte la facciata realizzata con pietre squadrate e scalpellate. All’interno le stanze avevano pareti stuccate con gesso proveniente da Gessopalena e pavimenti realizzati in legno o, per le case più signorili, in mattoni fabbricati nella vicina fornace del “Fosso della Pincera”. A pianterreno quasi sempre erano ubicate le stalle che ospitavano gli animali da pascolo e da cortile. Quasi nessuna abitazione, infine, era fornita di servizi igienici.
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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 27 febbraio 2008 )
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